Metamorfosi contemplabile – No rumore

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Appena terminate, le costruzioni dell’uomo entrano in un processo di degrado irreversibile. La loro incapacità di evolvere le condanna, presto o tardi, alla rovina. Quando un’opera è compiuta, è già morta. La natura, al contrario, non termina mai nulla. Si fa carico degli uragani, interpreta le ceneri di un fuoco, inventa un processo di vita sulle basi, ogni volta rinnovate, di uno sconvolgimento.

Maggio. Pioggia densa, monsonica.
Spighe d’Avena selvatica. Orzo selvatico.
Sfiorano i palmi delle mani mentre passo. L’Avena scoppietta quando si apre al mattino.
Passo e formo il path.
Merlo. Scava con il becco per qualche verme o seme.

Cicerbita alta. Fusto eretto, foglie verde brillante spinose.
Ne taglio qualcuna. La cuciniamo con il riso o la saltiamo con il cedro. Molto buona.

Boccioli di Papavero si schiudono al mattino. Punteggiano di rosso il verde.
Elicoidale s’allunga il tenero e giovane Convolvolo. Il Pisello s’arrampica tra le frasche.
Quando piove questo verde luccica prezioso nell’aria argentina.
Si muove con il vento, come il vento. Là c’era il Tarassaco. I Ranuncoli. Adesso la Gramigna, le cime di Romice. Bianco Silene, diamanti di schiuma lumachesca sulle cime.

I Noci e le Querciole si sono vestiti di nuove foglie, cucite e indossate come magici abiti a poche ore dal ballo.

Un prato tagliato, rapato a zero dal decespugliatore.
Puzzo di benzina sulle braccia.
Rumore ronzante che ti rimane sulle mani. Tremano.
Penso che farò i sentieri con la falce. Niente zac zac assordante.
Zac zac, ma discreto, a disegnare.
Non è un prato.
Metamorfosi contemplabile.
Gilles Clèment. Terzo Paesaggio. L’uomo assente.
Un germoglio di Fico a bucare l’asfalto.
L’edera ad arrampicarsi su relitti architettonici.

Il path non è prato da guardare.
È sentiero da camminare. Erbe da esplorare.
Si ricorda qualche nome.
Si esplora la possibilità di dimenticare, avvicinandosi.

Cit. G.Clèment, II giardino in movimento, Quodlibet 2011, traduzione di Emanuela Borio

path n 1 surfaced walk or track / 2 course of action

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Zero waste… un lunghissimo cammino!

Nel nostro cammino verso una vita ad impatto zero è ovvio che un posto d’onore riserviamo all’obiettivo “zero waste”! Questa volta il post è soprattutto un quadro della nostra situazione attuale rispetto a tale tema e un incoraggiamento a noi per fare molto ma molto di più rispetto a quello che stiamo facendo adesso: vorremmo arrivare ad un giorno in cui il nostro cestino dell’immondizia sarà perennemente vuoto!

Se vogliamo essere a “impatto zero” dobbiamo necessariamente eliminare il maggior numero di impronte lasciate dietro di noi e le impronte più pesanti sono, insieme a quelle dell’inquinamento, dei danni ambientali, dello sfruttamento degli animali non-umani, delle relazioni umane trascurate e dell’edilizia tradizionale, le impronte più pesanti sono proprio quelle dei rifiuti. Ci capita spesso di sentir parlare di impianti di smaltimento e di inceneritori, di lotte fra chi li vuole costruire e chi invece non li vorrebbe assolutamente. Non mi infilo adesso in discorsi politici su questo per due motivi: uno, non ne so abbastanza e due, non è un problema che posso risolvere io direttamente con le mie piccole azioni quotidiane. Posso però impegnarmi per fare in modo che non ci sia più bisogno di impianti per lo smaltimento dei rifiuti e questo vuol dire che posso lavorare per non produrre più rifiuti e per prendermi la responsabilità in prima persona di “smaltire” attraverso il riciclo i miei materiali di scarto!

Come dice la parola stessa “zero waste” vuol dire rifiuti zero e quindi appunto, in parole povere, non più rifiuti ma soltanto un po’ di materiale pronto ad essere riciclato e, certamente, una bella compostiera. Se analizziamo le nostre giornate ci rendiamo conto che attualmente pare praticamente impossibile non produrre alcun genere di rifuto, tutto è imballato, in molti ristoranti e bar regna l’usa e getta, nel vestiario la moda (o la voglia? o peggio l’insicurezza?) ci porta a cambiare abiti con una frequenza inaudita, l’elettronica è in mano all’obsolescenza programmata e alla fobia di restare indietro così come le auto e mille altre cose. Ci sono addirittura degli oggetti che ci sembrano indispensabili, vitali, e senza i quali le nostre nonne hanno fatto senza per una vita e non ne hanno subito il minimo danno: accessori da cucina, quantità di asciugamani e canovacci da esercito, mollette per chiudere i pacchetti avviati, batterie di pentole degne di un ristorante etc. etc…!

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La prima domanda che viene in mente quando penso ai “rifiuti zero” è come mai si producono cose in realtà inutili? Oppure che si possono utilizzare soltanto una volta? Si producono perché si vendono e si vendono perché ci siamo infilati in una spirale (senza fine?) di finti bisogni, finte comodità e finti risparmi. Con finti bisogni intendo soprattutto la difficoltà di distinguere ciò che è veramente essenziale per la mia vita fisica/relazionale/culturale da ciò che si limita a migliorarla pur non essendo vitale e questo ci ha portato a considerare indispensabili oggetti o capi di abbigliamento che non lo sono affatto: se riconoscessi che non sono vitali ma solo “desiderabili” probabilmente mi farei delle domande in più nel momento dell’acquisto. Finte comodità sono tutti quegli oggetti che ci semplificano la vita solo all’apparenza, solo da un punto di vista puramente pratico e solo nel momento ma che non sono indispensabili e che molto spesso ci precludono possibili relazioni con altre persone; faccio l’esempio del decespugliatore: è indubbiamente comodo ma potremmo iniziare a pensare a quanto inquina, a quanto possa essere bello lasciare crescere l’erba un po’ e vedere quali meraviglie riesce a mostrarci, potremmo concederci di utilizzare la vecchia falce fienaia faticosa ma ritmica e silenziosa e quindi meno invadente, potremmo infine usare sì il decespugliatore ma magari condividerlo con due o tre vicini! Tra i finti risparmi metto invece tutti quegli acquisti di oggetti troppo economici che ci costringeranno ad una loro frequente sostituzione: nel lungo periodo questi non ci ripagano affatto e ci ritroveremo, oltre ad ad avere più rifiuti, anche ad avere il borsello più vuoto (per non parlare della eticità dei salari, della qualità e sicurezza dei materiali impiegati etc. etc.)!

Da alcuni mesi quindi abbiamo iniziato un cammino verso la riduzione dei rifiuti e siamo talmente tanto agli inizi che l’arrivo davvero non riusciamo a vederlo! Se analizzo i nostri sforzi posso arrivare ad un lista di azioni/abitudini che abbiamo intrapreso e di altre ancora da intraprendere e non posso che rimboccarmi le maniche!

AZIONI INTRAPRESE
– cercare di ridurre al minimo l’acquisto di materiale imballato ed acquistare in grandi formati
– scegliere sempre, quando non si possono evitare, imballi in materiale riciclabile direttamente oppure sottoforma di materia prima per le mie creazioni o per oggetti a noi necessari
– acquistare soltanto ciò che ci è davvero indispensabile eliminando ogni acquisto impulsivo per basarsi soltanto su liste della spesa controllate e pensate più volte
– avere come negozi per l’acquisto di oggetti, vestiti etc. soltanto colorati, caotici e divertenti mercatini dell’usato
– ricollocare attraverso la vendita, lo scambio o il dono quegli oggetti che ci ritroviamo in casa, dal passato o come regali, e che non ci sono utili nel momento o a breve
– evitare il più possibile l’utilizzo di materiale usa e getta in casa ricorrendo a materiali come la stoffa o l’acciaio per esempio. Da poco abbiamo scoperto ed acquistato un set di “bee’s wrap” fogli sostituivi della carta stagnola fatti di cotone, trattati con la cera d’api ed ovviamente riutilizzabili da utilizzare per conservare gli alimenti!
– autoprodurre la maggior parte di ciò che ci serve, preferendo come materie prime gli scarti e i rifiuti (es. la lisciva fatta con la cenere della nostra stufa a legna e l’aceto per le pulizie con gli scarti vegetali della cucina!)
– bere l’acqua delle fonti se siete fortunati come noi da averne una vicino casa oppure del rubinetto e portarsi sempre dietro una borraccia in modo da non dover acquistare le bottiglie di plastica. Se, come noi, girate con bambini oppure siete coccolosi portate dietro anche un thermos con la tisana e/o un’altra borraccia con un succo di frutta fatto in casa oppure acquistato in contenitori in vetro
– avere un compostiera per il giardino o per l’orto. Se non avete uno spazio esterno potreste trovare qualcuno che ce l’ha e che sarebbe contento di “ospitare” i vostri rifiuti ricevendone in cambio buon concime oppure, perché no, potreste istituire una compostiera comune nel giardinetto condominiale!
– ponderare gli acquisti di materiale elettronico e sceglierli soprattutto in base all’eticità, alla presenza o meno di obsolescenza programmata e alla facilità di riparazione (sto facendo il conto alla rovescia per l’acquisto del Fairphone 😉
– utilizzare i suddetti materiali elettronici per tutta la durata della loro vita. Spesso capita di cambiarli semplicemente perché la batteria dura un po’ meno o perché c’è un graffio sullo schermo o ancora perché un po’ più lenti o peggio perché i modelli più nuovi sono “tutto un’altra cosa”. In tutti questi casi perdiamo di vista la reale funzione dell’apparecchio! Io adesso sto scrivendo da un MacBook che l’anno prossimo farà 10 anni, che da molto tempo ha perso il vetro della sua bella mela morsicata e che ha una tana in corrispondenza del tasto F6 ma… per me funziona benissimo!
– imparare a “adattarsi” e a “riparare”. Alla prima parola penso ai pantaloni neri sportivi macchiati indelebilmente di olio… mio marito mi perdonerà ma io li porto ancora quando sto nei paraggi di casa, non sono sexy ma mi coprono perfettamente dal freddo! Alla seconda parola penso ad un sedia da giardino in vimini che abbiamo trovato vicino ai cassonetti pochi giorni fa e che era rotta in alcuni punti, riparato l’intreccio con un bel cordino rosso che funge anche da decorazione adesso fa una maestosa figura nei pressi del salice!
– annullare o limitare l’acquisto di riviste, libri e dvd e prediligere la biblioteca. Questo per noi è diventato un appuntamento settimanale irrinunciabile, un vero “affare di famiglia”: andiamo di pomeriggio e ci posizioniamo nell’area bimbi dove Amelia è libera di scoprire mille libri nuovi e di fare interessanti incontri mentre noi ci dividiamo tra lo stare con lei per condividere queste scoperte e per aiutarla nella lettura e nella scelta e tra lo scovare libri e film per noi.
– lasciare da parte le mode e ficcarci in testa che vestirsi bene e seguire il proprio stile non necessariamente equivale a “seguire lo stile in voga nel momento”. Ricordatevi che non importa avere intere batterie di vestiti, basta avere un ricambio che vi permetta i lavaggi e abiti che vadano bene nelle varie occasioni che avete… se avete un vestito da cerimonia con cui siete bellissime, lo sarete anche la quarta volta che lo mettete!!!

AZIONI DA INTRAPRENDERE
– munirsi di kit in materiali riutilizzabili per i pranzi fuori casa per evitare gli usa e getta
– portare sempre con se una vaschetta per gli eventuali avanzi
-procurarsi un set di stoviglie (in plastica rigida per noi già sarebbe un successo ma la cosa migliore sarebbe in acciaio o in ceramica) da festa ovvero in quantità consone a servire torte e biscotti almeno a tutto il vicinato e da tenere in uno scatolone pronte all’uso. Un’idea potrebbe essere quella, suggerita da Linda Maggiori sulla sua pagina FB, di fare un acquisto comunitario di questo materiale in modo da passarselo alla bisogna. Meglio se acquistato usato o recuperato in qualche cantina aggiungo io: mica devono essere per forza tutti dello stesso servito e materiale!
– organizzarsi per tempo per feste e ricorrenze in modo da avere tutto il tempo per realizzare in casa tutte le decorazioni e tutti i regali. Spesso si pensa che debbano essere “perfetti” e non ci sentiamo all’altezza ma in realtà l’importante è la cura e l’attenzione che ci si mettono nel farli e la loro utilità e durata nel tempo. Meglio anche se sono fatti con rifiuti!

Non si può certo pensare di veder scomparire tutti i rifiuti dalla faccia della terra dall’oggi al domani, e nemmeno sperare che gli stati trovino una soluzione immediata al problema (troppi interessi lo impediscono…) ma possiamo, come per tutte le cose della vita, iniziare da una parte. Iniziare da una piccola azione e da una piccola riflessione sulle conseguenze delle mie azioni: potrei ad esempio ricominciare ad utilizzare i fazzoletti di stoffa da naso e magari chiedermi dove andrà a finire il mio spazzolino da denti una volta usato e se posso rimediare. Da lì tante cose cambiano. Credo di averlo già scritto in altri post ma lo ripeto: tutto inizia da una piccola cosa e poi pian piano vi troverete ad essere “zero waste”, o quasi, senza nemmeno accorgervene o meglio, accorgendovene e sentendovi più leggeri!

Elena

Ora, tutto va bene!

Dovunque ci troviamo, in qualunque momento, possiamo gioire della luce del sole, della compagnia degli altri, della sensazione del nostro respiro. Non abbiamo bisogno di andare in Cina per gioire del cielo azzurro, non dobbiamo viaggiare nel futuro per gioire del nostro respiro. Possiamo essere in contatto con tutto ciò qui ed ora.” Thich Nhat Hanh

Ecco, questo è in versione completa quello che mi risuonava in mente da tanto tempo in modo confuso e che finalmente ho trovato! E’ da mesi e mesi che mi chiedevo come fosse possibile che la maggior parte delle mie azioni quotidiane, delle mie preoccupazioni, relazioni e rapporti fossero soltanto in funzione del futuro e/o di un preciso risultato futuro.
Questo mi faceva costantemente allontanare da tutto quello che stavo facendo, negandomi tutti quei momenti oppure caricandoli di tanta ansia per un qualcosa di così incerto e non dipendente da me per intero come è il futuro. La mia necessità era quella di tornare al presente, di godermelo interamente. Il passato è ormai dentro di me e di me fa parte quindi è inutile guardarlo: lui è comunque con me, c’è, non è toccabile e posso solo, anzi devo, accettarlo. Il futuro adesso è l’insieme di tutti gli attimi che vivo: se questi sono intensi e belli anche il mio futuro potrà esserlo.

Ho iniziato quindi a cercare, leggere, scoprire e meditare per cercare di riacquistare la consapevolezza totale del momento presente e mi sono imbattuta nel monaco buddhista Thich Nhat Hanh che si occupa di insegnare e diffondere l’arte di vivere in presenza mentale.
Essere consapevoli del momento presente, del proprio respiro e viverlo con gioia, comprensione e compassione.
Essere in ogni istante della giornata esattamente nel luogo, con le persone, con l’attività, con il corpo e con il respiro in quell’istante, non un passo indietro ne un passo avanti. Lo stare nel momento è totale, nessun gesto è automatico, nessun pensiero è lontano, nessuna distrazione limita l’ascolto degli altri e di se stessi. Tutta la persona è tesa ad ascoltare e vivere l’attimo. Vivere tutto con tutta la gioia e l’energia che questo genera in me! Ogni gesto e atteggiamento ha un importanza immensa nell’attimo stesso in cui si compie, non per un obiettivo futuro o in previsione di qualcosa ma solo per quell’istante e quindi…. Per sempre!

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Ritrovo la meraviglia e l’intensità che vivono i bimbi prima di acquisire il senso del tempo. Quando tutto ciò che vivono è “ora” e contemporaneamente “tutta la loro vita”. Ogni volta che mi impegno in qualcosa è come se ogni cellula del mio corpo e della mia mente fosse tesa a quella precisa cosa e tutto il resto diventa un sottofondo che lascio entrare in contatto con me soltanto in modo involontario. Vivere con una certa “assenza di scopo” nelle cose che facciamo (non certo nella scelta della direzione in cui provare a mandare la propria vita!) ma nel momento in cui si è scelto o ci si trova a fare una certa cosa dobbiamo essere totalmente in quello e non nella conseguenza dell’atto, aperti a farci guidare da ciò che succede e da chi abbiamo intorno imparando a vedere gli imprevisti come opportunità. Su questo mi viene sempre in mente il primo consiglio della mia insegnante di teatro sulle improvvisazioni: mai dire di no! Il no chiude e il sì apre. E il secondo consiglio: stare in ascolto della situazione che si va creando. Questi due punti sono per me essenziali per permettere di vivere pienamente il momento presente e per cogliere tutto il buono che da questo può nascere. Per me è un esplosione di gioia potermi dedicare totalmente a quel momento!
Non avere la testa piena di pensieri lontani da quel momento mi permette di ritrovare tutta la calma e la serenità per affrontare al meglio tutto e per accettare ogni mio sentimento. Anche quelli pesanti e negativi come tristezza e rabbia se accettati permettono di essere vissuti interamente, elaborati e quindi di poter passare a far parte del nostro passato senza pesare sui nostri presenti e potranno così finalmente diventarvi utili. E vi giuro che arrivare a sera, anche in giornate molto stancanti, sarà esageratamente meno stancante… perché ogni momento scaccia un po’ della stanchezza del momento precedente e non prende quella del momento futuro! (E questo con bimbi, cani, gatti, lavoro e mille altre cose da gestire è tantissimo!!!!).

Imparare momento per momento a connettersi, e riconnettersi, alla terra su cui poggiamo i piedi ben saldi, che ci sostiene e che ci fornisce l’essenziale per vivere. A sentire tutto intorno a noi e dentro i nostri polmoni l’aria che fluisce libera come la nostra mente e alla leggera brezza che ci accarezza oppure al forte vento che ci porta energia e forza risvegliando i nostri sensi. Impariamo a lasciar entrare dentro di noi ciò che vediamo, i colori, le forme, i movimenti. Pensiamo alla protezione che ci dona il cielo cullandoci con il suo meraviglioso blu oppure con una pesante coltre di nuvole simile ad una comoda coperta! Questo vuol dire lasciare sfumare i nostri contorni e lasciare che il mondo entri in contatto con noi davvero pur restando saldi nel nostro essere.
Ogni momento della giornata inoltre assume un’importanza fondamentale e la routine così si trasforma in dolce ritmo. Niente come già accennato è automatico e quindi ogni gesto della giornata e ogni parola, detta o ascoltata, diventa unica e irripetibile e finisce per arricchire il nostro essere. E’ facile capire questo se pensiamo ad un passeggiata, o al percorso casa- lavoro per esempio, fatta non in presenza mentale oppure fatta in consapevolezza. Nella prima ci ricorderemo certo alcune cose ma queste saranno probabilmente spesso superficiali e non durature. Nel secondo caso invece noteremo molti più dettagli di ciò che abbiamo visto, ci ricorderemo i visi delle persone incrociate e salutate e ogni piccolo sasso o fiore visto o raccolto e di come cambiava l’appoggio del nostro piede al cambiare del terreno e la sensazione che cambia sulla pelle non appena una nuvola copre il sole o si alza un po’ di vento.
Una scoperta bellissima è stata anche, per me che non so mai cosa dire e ci metto un po’ ad entrare in conversazione e temo spesso di “sbagliare”, il “Nobile Silenzio”. Quel silenzio che non è incertezza o paura o altro ma che è “semplicemente” immersione totale e piena di energia nel momento dedicandosi totalmente al suo ascolto. Ci permette di entrare in sintonia con le persone e le situazioni che abbiamo intorno e di farne parte, di osservare prima di agire, di prendere confidenza con il terreno nuovo sotto ai piedi. Con i bambini credo che sia indispensabile! Provate a mettervi in una stanza mentre alcuni bambini giocano e a non intervenire, o parlare, o fare le vostre cose. Semplicemente state. Privi di ogni giudizio o intento di prevenzione o conduzione ma soltanto apportare alla situazione tutta l’energia del vostro profondo ascolto e vedrete come tutto cambierà. Quando questo vi riuscirà pienamente non sarete più tentati di intervenire troppo, non vi verrà più in mente di “confrontare” un bimbo con l’altro e i bimbi sentiranno la vostra forte e sicura presenza e sarete più pronti ad entrare nel gioco quando questo sarà necessario e lo saprete fare nel modo giusto.

Un appunto, una frase qui perché è un argomento molto complesso e perché non credo di avere ancora le carte per scriverne in modo approfondito (se mai le avrò!), è la disposizione che dovrebbe avere il nostro animo e la nostra mente nel vivere il momento presente. Andrebbe vissuto con comprensione e compassione verso gli altri, verso la Terra e certo anche verso noi stessi. Senza queste due caratteristiche sarà difficile, impossibile, trarre davvero gioia ed energia dalla vita, dalle relazioni con gli altri e dalle nostre esperienze!
Quindi buona consapevolezza con comprensione e compassione verso persone, animali, piante minerali!

Elena

Consiglio di visitare il sito dell’Associazione Essere Pace!

Febbraio tra le erbe: in-stabile, fluido, creativo cammino

Curiosa assonanza: Febbraio, febbre. Calore interno di riflessioni e di prime azioni lungo un ponte che s’allunga sulla sponda della primavera. Giorni di densa pioggia, sprazzi di sole e pranzi all’aperto, notti bagnate a notti stellate con zero e sotto zero sul termometro, e l’erba che la mattina è barbata di bianco, i vestiti appesi ai ganci dello stendino duri come stalattiti. Il freddo rigido degli ultimi giorni è patina sulle spalle intorno alle dita dei piedi, sulla punta delle mani. Questa misteriosa donna vestita di bianco, bianco e azzurro, neve e ghiaccio: sottili sono i suoi passi, sottile come l’aria fredda di notte, sottile che punge e avvolge e rinnova.
S’accende la stufa, si dà avvio alla giornata. Nel’orto si decide dove seminare, si zappa qualche aiuola, si pacciama con le foglie secche e le potature. Ci immergiamo in preziose micro-passeggiate nei dintorni dove le erbe selvatiche crescono in dilagante molteplicità, permeando gli spazi nei quali si incuneano i vialetti “camminati”. La Borragine (Borago officinalis) è già rigogliosa, così come la Senape Selvatica (Sinapis arvensis) sulle scarpate, insieme ai ciuffi qua e là di porro selvatico. Le raccogliamo per i nostri pasti, insieme al Centocchio (Stellaria media), il Soncio (Sonchus arvensis), la Malva (Malva silvestris), e tante, tante altre. Ci gustiamo le foglie nelle insalate, ma ci gustiamo e ci ripetiamo anche i nomi, ci soffermiamo sullo spiccare delle diverse sfumature di verde (un esempio: il verde increspato, luccicante e squadrato, venato di bianco d’un Cardo Mariano). Ce lo aveva detto, la nostra prima fondamentale guida sulla via delle erbe, Maria Sonia Baldoni: le erbe vanno frequentate, toccate, nominate e raccontate, e assaggiate. Erbe insolite, fuori dall’ordinario approccio ai vegetali, erbe che non frequentavamo, e che i primi tempi assaggiavamo con una sorta di pudore, in quanto selvatiche e perciò, come dire, fuori legge, da stare attenti a possibili derive tossiche! Primi intimiditi passi nel regno delle green leaves. Tossiche alcune lo sono, e il consumo eccedente e monotono tipico dell’uomo medio occidentale le ridurrebbe tali anche se non lo fossero, ma con un po’ di pratica, osservazione, e tante passeggiate sbocciano nei dintorni dei nostri sentieri più come compagne di viaggio, buone e ispiratrici, anziché veleni potenziali. Sono meraviglie: nei margini, sulle sponde, nei ricchi incolti, negli angoli nascosti di giardini dimenticati. E la bellezza è insita nella molteplicità di crescita, nel ritmo inarrestabile di fasci, fazzoletti, ciuffi, serpentine,cespugli e monticelli, e tutte le forme che riescono a creare quando non sono arrestate, deturpate dalla mano dell’uomo. In questo momento dell’ultimo inverno, steli come antenne o torri di piante secche s’alternano alle giovani verdi rosette basali: la vetta di una Carota selvatica, il cui fiore è ancora lì, cristallizzato in una corolla grigio-marrone, s’alza in mezzo a un cerchio di Pratolina appena spuntata. Cambia la prospettiva, nella frequentazione: un prato rasato è un prato povero nel suo ordine, che ha smarrito una varietà preziosa, una danza complessa di decomposizione e maturazione.

Febbraio, luogo di una lettura seminale: Forest gardening di Robert Hart. Racconta del progetto di vita di un giardiniere particolare: fare di una fattoria nello Shropshire una rinnovata foresta, edibile per giunta. L’osservazione e l’ascolto profondo delle piante e della simbiosi come “basic law of life”¹, lo studio delle foreste tropicali e altri luoghi poco o pochissimo antropizzati, lo hanno sempre più spinto a essere il meno intrusivo e invadente possibile nei confronti del regno vegetale e di quello animale, aprendo la sua esperienza alle interconnessioni viventi nell’ambiente, alla fecondità dei dintorni: “the forest is not a mere haphazard conglomeration of plants and animals but an enourmosly complex self-sufficient, self-recycling, self-fertilizing and self-watering organism”. Complesso ed enorme. Così, accanto a una ridotta porzione di orto, ecco gli alberi da frutto crescere insieme agli arbusti, i susini con i ribes e le erbe selvatiche commestibili. Un viaggio nella poliformìa vegetale, e un progetto di autosufficienza che racconta di popoli indigeni i quali vivevano nella conoscenza e nel rispetto dell’ambiente, ma che racconta anche a sua volta di un ri-tornare alle radici del posto che si abita, ri-tornare nativi, qui: “the development of sensitivity to the spirit of the place”.

I was badly bitten by the self-sufficiency bug“, confessa candidamente Hart, e una volta morsi da quest’insetto, si comincia a lavorare su un aspetto dopo l’altro, ma più che sull’azione, sembra quasi che si apra un piccolo spazio sull’osservazione, sul dilatare il respiro della nostra relazione con le piante, gli altri animali, lo spazio che ci ospita. Conoscenza delle erbe (a centinaia), delle proprietà degli alberi, delle leggende legate a essi. Un respiro che dalle piante fluisce verso le relazioni umane, e viceversa, in uno stimolo creativo continuo, permeabile. Hart compie un lavoro di crescita personale, un cammino di esperienza nell’ambiente che in molteplice forma cresce intorno a lui, e a cui dona la possibilità di esperire l’interrelazione, e il prendersi cura di uno spazio davvero comune. Una struttura base a sette piani, sul modello di una foresta naturale: partendo dall’alto, la copertura dei larghi alberi da frutto è seguita da un livello più basso di alberi, poi gli arbusti di bacche, le erbe e le striscianti, fino alla rizosfera, al livello radicale. Enormemente complessa, alla vita della foresta Hart si ispira, e ispira noi lettori, per partire in cammino di lavoro: osservare, seminare, piantumare, camminare, mangiare in convivialità.

Una certa idea di agricoltura, di lavoro sulla terra, di pratica tesa all’interesse personale, allo sviluppo, al guadagno e alla proprietà, ha portato l’uomo a dimenticarsi della cura dello spazio che abita, e forse, come mi suggeriva Elena durante una delle nostre conversazioni, a trascurare, nella relazione tra la cura di sé e la campagna, la coltivazione di un’estetica rurale.
Prima di pianificare, mettere sotto regime di controllo il terreno che abitiamo, perché non fare un passo indietro, e guardiamo un po’ più da vicino quello che l’ambiente ci racconta?
Dopo una breve gita a Firenze, al vivaio Belfiore – punto di riferimento, ormai, per scovare varietà rustiche e interessanti – e una visita alla Fierucolina dei semi, siamo tornati a casa con tre piante di Ribes nero (già messe a dimora sotto un Susino: pare che la convivenza giovi a entrambi), un melo Abbondanza rossa, un pero Allora, e una bella varietà di semi, tra cui una bizzarra patata spinosa verde che è in realtà una zucca, la zucca centenaria, o Chayote (Sechium edule).

Febbraio, febbre di riflessioni e passeggiate: in coda ci porta il freddo rigido e la neve, dopo tante tempo una neve che attacca e che disegna echi bianchi di forme vegetali. Abbiamo messo qualche seme, semi sotto la neve, in attesa.

We are just bitten by the self-sufficiency bug. Working on it!

Luca

1 Forest Gardening, Robert A. de J. Hart, Green Earth Books, revised and updated edition Devon 2011

Riutilizza, reinventa e sii creativo!

Abbiamo deciso come famiglia di avere un impatto il più vicino possibile allo zero. Ovviamente credo che raggiungere lo zero assoluto sia praticamente impossibile quando si sceglie di vivere nella cosiddetta “società civile”. Possiamo però provare a fare un passetto alla volta, e non mi riferisco soltanto al fare un piccolo cambiamento in più al giorno ma anche e soprattutto a guardare al passo che si sta facendo ora piuttosto che ad un preciso definito e spesso utopico traguardo.

Ogni decisione presa deve essere sì diretta verso il nostro obiettivo finale ma è importante focalizzarsi sulle piccole scelte man mano che esse si presentano. Scegliere l’impatto zero vuol dire non lasciare tracce oppure cancellarne dove altri, e/o noi stessi in passato, ne abbiamo lasciate. Questo comprende una quantità enorme di attenzione perché le tracce si sono posate su tutto: ambiente (vegetali e minerali per non parlare dell’aria!), animali non umani e animali umani. Spesso si semplifica parlando di semplice “sostenibilità” ma la questione è molto più complessa. Vivere in modo sostenibile vuol dire utilizzare le risorse cercando di preservarne l’uso anche per le generazioni future, vivere a impatto zero vuol dire vedere davvero quello che abbiamo intorno e cercare di utilizzare le risorse preservandole in quanto esse stesse preziose per la Madre Terra. Quindi, per esempio, non scelgo di non usare erbicidi solo per salvaguardare la mia salute ma lo scelgo soprattutto per salvaguardare la natura della terra, la salute degli animali e l’equilibro fra loro e noi. Il mio obiettivo è quello di interferire il meno possibile con gli equilibri del pianeta e di non produrre violenza, di qualsiasi violenza si stia parlando.

Un sacco di parole (sorry…) per arrivare al tema del mio post: la creatività del riuso! Uno dei modi per avere un basso impatto è quello di limitare la produzione e il trasporto di merci in giro per il mondo. Non sto a raccontare qui e adesso tutti i danni della maggior parte dei processi produttivi, del reperimento delle materie prime e dei chilometri che gli oggetti (e il cibo!) percorrono perché potrete divertirvi (… io non mi sono divertita per niente in realtà) a cercare su web il lungo elenco di conseguenze negative!

Fatto sta che da un po’ di tempo abbiamo iniziato a farci delle domande prima di compiere un qualsiasi acquisto.

Ovviamente la nostra prima domanda è: è indispensabile? Quando parlo di “indispensabile”, intendo se il possederlo sia per noi vitale (nel vero e totale senso della parola vitale) oppure se possa aumentare notevolmente la nostra felicità. Allora, premettendo che di vitale in realtà esiste davvero poco o niente se si esclude un riparo per dormire e abiti per coprirci (escludo il cibo da questo ragionamento), e che la nostra felicità più grande è lo stare insieme, vivere a contatto con la natura e tessere buone relazioni con gli altri potete ben capire che la lista dei nostri acquisti è davvero breve.

La seconda domanda che ci poniamo è: come possiamo procurarci quel determinato oggetto con il minor impatto possibile? E la prima risposta è inevitabilmente sempre la stessa: costruirlo oppure acquistarlo usato da un mercatino locale o da un privato nel raggio di pochi chilometri! (La seconda alternativa è naturalmente quella dell’acquisto da realtà Fair-Trade ma su questo torneremo in un altro post!).

E qui arriva la creatività del riuso! Il divertimento inizia da subito: attaccata al nostro mini frigo campeggia la lista dei desideri (anche nel blog campeggia in realtà! ;-)) a cui via via aggiungiamo le cose che ci servono. Non acquistiamo le cose subito, i nomi degli oggetti stanno lì un po’ a decantare e ci prendiamo il tempo di riflettere e di capire se sono davvero indispensabili, se il loro acquisto è necessario oppure se possiamo recuperarli da qualcosa che abbiamo già, oppure ancora se per caso ce li ricordiamo dimenticati in qualche garage di parenti o amici e possiamo chiederglieli in scambio di qualcosa oppure in regalo promettendo di farne buon uso e di salvarli dalle tarme e dalla polvere “amandoli di nuovo”.

A volte succede invece che ci capita tra le mani un oggetto non più utilizzabile per il suo scopo originario e ci accorgiamo che con qualche modifica potrebbe diventare proprio quell’oggetto in lista sul frigo da tanti mesi! E allora ci mettiamo tutti insieme a lavoro e ognuno contribuisce con un pezzettino della sua arte per trasformare quel vecchio oggetto rotto nel nuovo arrivato in famiglia: non solo così soddisfa un nostro bisogno ma diventa anche una piccola opera d’arte familiare. Espressione delle nostre scelte di vita e della nostra energia!

Altre volte invece succede che passiamo mesi a gironzolare nei mercatini dell’usato per cercare quel qualcosa senza trovare niente. Allora nel frattempo cerchiamo di arrangiarsi per sopperire alla sua assenza con quello che già abbiamo! Come già detto, praticamente niente è davvero indispensabile! Un divano si sostituisce con dei cuscini per terra, una bici con un po’ di sane camminate e un piumino con un paio di golf in più e una megasciarpa! E poi, un giorno, arrivi al tuo solito mercatino e lo vedi lì che ti guarda ed è perfetto! E allora il portarlo a casa, trovargli posto e iniziare a usarlo dopo tanto tempo di attesa diventa una festa! Una festa pari a quella che fanno i bimbi davanti ai regali di Natale! E si festeggia e si celebra e si ringrazia!

E chiudo con un altro “modo creativo di fare e non fare acquisti”. A volte succedono cose magiche e sono proprio quelle volte in cui ti rendi davvero conto che tutto torna indietro e che le buone scelte, le scelte nel rispetto della Madre Terra pagano! Ecco la nostra piccola storia di Natale!

Stavamo iniziando ad approntare il nostro Albero di Natale con rami trovati nel nostro campo pieni di bellissime bacche rosse, bellissimo e etico ma ovviamente molto diverso dal classico albero che la maggior parte dei bambini si aspetta. E proprio in quei giorni mi stavo chiedendo se mia figlia potesse rimanerci male a non avere il classico abete o se avesse capito il perché o se, cosa più probabile, avesse compreso ma con un pronto “È bellissimo il nostro albero, non è come quelli di Natale veri però è bellissimo”. Contenta ma come dire… sottolineandone la diversità… Quando è successo il “miracolo”! Tornando dall’averla accompagnata all’asilo passo davanti ai cassonetti della spazzatura e appoggiato per terra integro e perfetto vedo uno di quegli alberi di Natale in plastica bianchi! Fino al giorno prima lo avrei definito orribile e kitch, ma lui non mi sembrava affatto così! Lo abbiamo preso, portato a casa e chiamato Jack! Meraviglioso bianco come la neve e salvato dalla spazzatura! Abbiamo dipinto grandissime foglie di pioppo, fatto torciglioni bianchi e rossi e vi assicuro che Jack ne era felicissimo e a nostra figlia brillavano gli occhi! … I rami si sono accontentati di addobbare la nostra porta di ingresso da fuori come augurio per chiunque le vedesse e come benedizione per la nostra “casa”!

E quindi, dopo questo post lunghissimo e forse un po’ noioso… troppo vero? Chiudo con:

– NON SI BUTTA VIA NIENTE!

– ASPETTARE E SOSTITUIRE ARRANGIANDOSI E’ BELLO!

– OGNI NUOVO INGRESSO IN CASA E’ UNA FESTA E SI MERITA UN RINGRAZIAMENTO PER ESSERCI!

– IMPARARE A FARE CON QUELLO CHE SI HA INVECE CHE COMPRARE SEMPRE COSE NUOVE STIMOLA LA NOSTRA MENTE E LA ESERCITA!

– MUOVERSI NEL MONDO SENZA LASCIARE TRACCE SE NON NEI RAPPORTI CI FA ASSOMIGLIARE DAVVERO A DEI MERAVIGLIOSI ELFI… MICA MALE!

 

Elena

Bologna! Due giorni fra una mostra e una biblioteca passando per due librerie!

Abbiamo passato due giorni molto intensi che potrei definire all’insegna dei libri. Ci siamo decisi a fare questo brevissimo viaggio in occasione di una conferenza che interessava Luca e di una mostra fotografica di un nostro amico. Procediamo però per tappe come ogni serio diario di viaggio!

Ci abbiamo messo un po’ per decidere quale mezzo utilizzare per recarci a Bologna. Analizzando l’impatto ambientale avremmo scelto il treno ma analizzando quello economico abbiamo dovuto cambiare idea: la nostra macchina a GPL è decisamente più economica di due biglietti e mezzo del treno andata e ritorno! La questione ambientale è stata risolta offrendo un passaggio attraverso una delle principali piattaforme web di car-sharing (il che ci ha praticamente fatto viaggiare in autostrada gratuitamente e quindi via libera anche all’impatto economico!).

Il car-sharing oltre che di ridurre l’impatto ambientale dei viaggi utilizzando al massimo ogni macchina e di contribuire alle spese ha il bellissimo vantaggio dell’incontro e del donarsi un “compagno di viaggio”. In macchina, soprattutto nei viaggi lunghi, si parla tanto. Accompagnati magari da un buon sottofondo musicale e da qualche snack da condividere (ovviamente homemade!) viene naturale presentarci, parlare un po’ della propria vita, del perché del nostro viaggio, della provenienza, della destinazione. Questa volta abbiamo avuto lo stesso “passeggero” sia all’andata che al ritorno e questo ci ha dato la possibilità di poter parlare molto. Genovese, ci ha dato delle splendide dritte per cucinare il vero pesto e ci ha condotto per i vicoli che a noi suonano sempre come una chitarra e profumano di sigarette… Abbiamo scoperto di avere interessi comuni e ne sono nate persino idee per possibili progetti futuri.

Quindi, ricapitolando: car-sharing aiuta l’ambiente, fa risparmiare e porta a tanti incontri.

Arrivati a Bologna abbiamo preso possesso della nostra camera in un carinissimo b&b ad un paio di km dal centro, Bella Ciao. Ci è piaciuto molto trovare l’arredamento ricavato da vecchi pallett e la cucina disponibile per scaldarci il pranzetto che ci siamo portati da casa!

Poi via verso il centro! E prima fermata alla Libreria Giannino Stoppani. Due grandi sale con pareti altissime cariche di libri di ogni genere ma tutti per bambini!! Si respira un’atmosfera quasi inglese a metà tra Mary Poppins e Harry Potter che ti fa perdere fra pagine e pagine di colori, storie, avventure, giardini ed elfi! Unica pecca, se così si può dire, uno spazio lettura per i bimbi un po’ piccolo.

Da lì abbiamo proseguito per via Solferino n.6/A dove siamo finalmente approdati alla mostra fotografica “In search of Paradise / Alla ricerca del Paradiso – Fotografie da un mondo lontano 1967 – 1979” curata dal nostro amico Matteo Giacomelli nella sua galleria Spazio e Immagini. Ci siamo trovati davanti immagini tra il Living Theatre e la Beat Generation, corpi e volti con una potenza tale da essere capaci di spazzare via o almeno, di scalfire l’anima e le idee anche dei più insensibili; corpi e volti nostri apripista in questa lenta ma inesorabile rivoluzione!

Vi consiglio davvero tanto di andare a visitarla e di andarci prendendovi il tempo per farvi raccontare da Matteo ogni singola foto, Il suo modo di raccontare descrivere, collocare storicamente e raccontarvi aneddoti su ogni singolo scatto lo rende animato e “parlante”!

Prima di cena ci siamo poi concessi un giretto in un’altra libreria bolognese all’apparenza molto diversa dalla precedente ma in realtà con lo stesso sentore d’Inghilterra e di magia: la libreria esoterica Ibis in via Castiglione. Qui ognuno di noi si è lanciato sul suo settore di maggior interesse inclusa Amelia! Io mi sono ovviamente messa a spulciare i molti scaffali di testi inerenti l’antroposofia finendo poi per scegliere il volume “Il segreto dei temperamenti umani” di Rudolf Steiner. La piccola di casa dopo aver insistito per portarsi a casa un’agenda 2018 ha optato, anche grazie alla disponibile e gentilissima libraia, per un coloring book a tema Giappone. Sono contraria a far colorare ai bimbi disegni pre tracciati (non sono sicura che si chiamino così in realtà…) ma conosco la mia cucciola e il giorno dopo il libro era già nel dimenticatoio pronto sì ad essere colorato ma da me… mi scuseranno gli educatori più severi ma la sopravvivenza prima di tutto!

Il giorno dopo invece, quello durante il quale Luca era alla conferenza e quindi mia figlia ed io inoccupate, siamo andate alla Sala Borsa e, più precisamente, al settore bambini della biblioteca e lì abbiamo passato praticamente l’intera giornata fatta eccezione per la gustosa pausa pranzo da bioBO.

Passare il tempo in biblioteca è ultimamente una delle cose che preferisco fare con Amelia in città, anzi sicuramente la preferita! Ci permette di passare del tempo rilassate in un ambiente accogliente e pieno di scoperte da sfogliare, leggere o semplicemente guardare e rimettere a posto, inoltre in viaggio è la chiave per incontrare persone del luogo in modo del tutto naturale. Fuori dalla situazione abitante-turista propria dei giorni nostri, in quel momento si può forse essere viaggiatori ma mai turisti. Gli altri bambini sono da conoscere e il trovare qualcosa in comune è talmente immediato da sembrare tutti compagni d’asilo. Con i genitori/nonni è diverso perché il dialogo è preceduto da un periodo di studio che mi porta spesso a fare riflessioni sui modi per educare, crescere e/o semplicemente approcciarsi ai bambini con una lista di “questo lo farò” e di “questo non lo farò” che si allunga ogni volta.

Il ritorno a casa, sempre in compagnia del nostro ospite, è stato tardo ma rilassato con necessaria sosta notte dal nonno perché una cosa che abbiamo imparato è: noi non siamo fatti per viaggiare dopo cena. Altrimenti detto: a cena la giornata è, in un certo senso, finita e si dorme lì praticamente ovunque sia questo “qui” se non ha una distanza da casa camminabile.

Oltre che a farci sentire molto viaggiatori da romanzo inglese dell’ottocento etc. etc. questo ci permette di goderci davvero la cena e di rilassarci prima di andare a dormire e non solo noi ma soprattutto la piccola!

Quindi, per finire, fate una capatina a Bologna per visitare la bella mostra e per un giretto fra i libri!

Elena

 

Finalmente si cambia vita! Sicurezze tante, incertezze poche e tanta tanta felicità!

Ok, respira, resta calma: oggi è il tuo primo giorno senza lavoro! Questo mi sono detta, lunedì 16 ottobre, alzandomi.Ed è vero! Oggi posso davvero respirare, stare calma e godermi la vita! Questo non vuole assolutamente dire che non lavoro più, anzi questa nuova vita è iniziata con la pulizia e il riordino “funzionale” di tutta la yurta e dell’esterno! E… con la prima parte della raccolta di castagne da sbucciare!

Ma tutto ha un suono, una velocità e un’intensità completamente nuovi.

Ho preso questa decisione mesi fa essendo arrivata al mio limite per la vita in ufficio, le corse e le rinunce per cercare di accaparrarmi una vita che comunque non arrivavo ad avere e non avrei mai avuto..e in fondo nemmeno la volevo! Il giorno della grande decisione feci miriadi di ragionamenti e di tabelline “pro e contro”, ne feci talmente tante da impazzirci! Il risultato era chiaro fin da subito: se volevo sentirmi realizzata e arrivare a qualcosa nella mia vita non potevo cercare di farlo in un ufficio.

Le giornate adesso scorrono con una movenza totalmente nuova. Sono piene, il risveglio è presto e il letto la sera arriva tardi. Ma ogni secondo è impiegato per cose che hanno un valore per me molto alto. Tutte. Niente è inutile e niente è fatto per un secondo o “troppo futuro” scopo. Tutto è fatto per il momento presente. Certo mi sono data degli obiettivi e dobbiamo lavorare per avere sempre cibo in tavola e accesso ai servizi che reputiamo necessari (scriverò un post apposito sul “risparmio”) ma non ci sono scadenze esatte e inderogabili.Ci sono le letture, i lavori nell’orto e i materiali recuperati in giro da trasformare, ci sono i lunghi momenti di gioco con la bimba senza doverle mettere fretta, c’è il tempo per fermarsi a parlare con le persone vicine e anche con quelle che si incontrano per la prima volta. C’è il tempo per sedersi sull’ingresso con i piedi nell’erba e riflettere. Pensare diventa quello che sempre dovrebbe essere: un atto creativo. Anche pensare al denaro può essere creativo! So che molto probabilmente dovrò tornare a volte a fare lavori “ordinari” ma questi non saranno vincolanti per mesi e mesi o addirittura per anni.

Il contatto praticamente costante con la natura, il poterci letteralmente vivere dentro restituisce al corpo e alla mente, pian piano, tutta la loro forza risvegliando ogni energia e rivitalizzando persino la più nascosta o dimenticata cellula. Se si riesce a lasciarsi andare e a farsi avvolgere dal “selvaggio” questo ti porta ad una consapevolezza di se, della propria bellezza in quanto essere unico e della propria forza creativa. Persino il freddo sulla pelle diventa una piacevole sensazione di risveglio e di “efficienza” del proprio corpo!

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La prima domanda che mi è stata fatta da molti è ovviamente quella economica e alle mie risposte noto quasi sempre un mettersi sulla difensiva del mio interlocutore. Sì è vero è una scelta che ho potuto fare anche perché non ho un affitto da pagare, molti dicono “anch’io lo farei se potessi!” A me viene di rispondere che certo il primo passo è ridurre i costi e tutto ciò che facilita questo è ben accetto; per noi è stato indolore, non abbiamo avvertito i sacrifici, ci siamo in un certo senso scivolati dentro a questa nuova vita.

Ma mi chiedo: cosa vuol dire davvero “se potessi”?

Se puoi lavare a mano il bucato e i piatti,

se riesci a non essere dipendente dalla banda larga sette giorni su sette,

se preferisci stare una giornata a correre in un prato con tua figlia piuttosto che mangiare una bistecca oppure avere un nuovo maglione,

se ami camminare più che andare in macchina e ti piace tanto in autobus spiare le conversazioni degli altri e sentirti circondata dal mondo,

se preferisci cucinare per ore comprando solo le materie prime piuttosto che passare ore al supermercato per acquistare prodotti già fatti,

se pensi che i tuoi capelli e la tua pelle non abbiamo bisogno di sostanze chimiche per essere belli perché sono nati già belli,

se ti piace vedere tua figlia che rientra in casa piena di fango ma felice per aver cucinato tutto il giorno torte di fango e se non ti interessa vederla ricoperta di nuovissimi giochi appena usciti dalla tv,

se preferisci avere per casa bimbi con una mente libera e creativa anche se vuol dire non avere più divani e mobili del colore originario,

se ti piace l’idea di sederti tutti insieme (bimbi inclusi) e decidere cosa fare il fine settimana anche se questo può voler dire che non andrai in quel meraviglioso borgo,

se preferisci il solito paio di comode scarpe che ti accompagnano kilometri su kilometri in ogni avventura piuttosto che scarpe che servono per pochi metri una sera,

se ti diverti da impazzire a cercare quello che ti serve nel caos dei negozi dell’usato e non ti senti a tuo agio nei tutti uguali negozi infiocchettati,

se l’appuntamento settimanale in biblioteca per scovare i libri e i film più interessanti per te e divertenti per i bimbi lo trovi più emozionante che dover per forza ridurre la scelta ai due o tre titoli che al massimo puoi acquistare,

se quando devi aspettare tanto per quel qualcosa che ti serve o che tanto desideri ti rende il riceverlo/trovarlo felice come la mattina di Natale e soprattutto

se sei felice nel pensare che praticamente niente di quello che ti circonda e che usi ha incrociato sulla sua strada la violenza verso altre persone o verso la Madre Terra e che non ti ha costretto a stare ore a fare cose che non ti piacciono lontano da chi ami allora sei decisamente pronto!

Altrimenti inizia a fare dei piccoli, minuscoli, cambiamenti nelle piccole cose e vedrai che darai il via a qualcosa di grande… e forse non ti sembrerò più poi tanto matta!

 

Elena