“NON GIUDICATE E NON SARETE GIUDICATI” … PIÙ O MENO

Giudicare! Passiamo la metà del nostro tempo a giudicare gli altri e l’altra metà a giudicare noi stessi: che fatica! Quanta energia sprecata! Ecco bisognerebbe imparare a risparmiarla quella energia e a dirottarla tutta sul discernimento. Avete presente quando siete davanti a due strade, ad un bivio durante una bella passeggiata nel bosco? Si possono fare due cose mentre si sceglie la giusta via: la prima è passare i primi buoni cinque minuti dopo la scelta a parlare male e a passare in rassegna ogni difetto dell’altra strada e i minuti successivi a trovare difetti anche a quella prescelta, magari rammaricandosi pure d’aver preso lei perché in fondo anche l’altra non è che fosse così male (:-o). La seconda possibilità è quella di scegliere la strada dopo aver velocemente passato in esame i pro e i contro nel modo più oggettivo possibile (sempre tenendo presente però noi stessi e quindi direi nel modo più soggettivamente oggettivo) e poi imboccare la strada e cercare di allargare lo sguardo quel tanto che basta per vedere gli aspetti positivi e la bellezza di mettere un passo davanti all’altro e di superare gli ostacoli che arrivano. Nessun secondo perso a divagare sui lati negativi dell’altra strada e nessuna cellula grigia impiegata per il fatidico “forse l’altra era migliore, potevo scegliere meglio”.
Questa secondo me è un po’ la differenza tra giudicare e discernere. Probabilmente, ma ho i miei dubbi, alla fine la strada giusta si trova comunque ma la differenza sta nel peso che ci dobbiamo portare addosso e in quello che scarichiamo addosso agli altri. Davvero vogliamo camminare con uno zaino pieno di giudizi sugli altri che spesso sono vere e proprie cattiverie o cecità o incomprensioni e di giudizi su di noi che facilmente portano la nostra autostima a scomparire e non ci fanno godere nemmeno dei traguardi/successi reali ed oggettivi che raggiungiamo? E quanta energia negativa produciamo ad ogni giudizio che nasce?

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Con queste parole non voglio dire che non si debba prendere una posizione o avere un opinione o scegliere una via piuttosto che un’altra. Anzi abbiamo il dovere di farlo e con ancora maggiore riflessione, convinzione e perseveranza; discernere invece che giudicare vuol dire saper scegliere. Imparare a scegliere quale sia la giusta via… non mi pare proprio essere indecisi o “morbidi”! Saper scegliere è la cosa più difficile e importante che esista! Se si pensa al verbo giudicare ci immaginiamo, per esempio, una persona davanti a due quadri che esprime il suo parere prima su uno poi sull’altro e chiuso lì; mentre se penso ad una persona che è davanti ai due stessi quadri e che decide ho in mente proprio un qualcosa di molto più netto, visualizzo lei che dice “Ho scelto questo!” e che se ne va con il suo bel quadro sotto il braccio. Nel caso del giudizio ci impegniamo a guardare e giudicare gli altri o un oggetto senza che niente in realtà accada (direttamente intendo) se non metterne in cattiva luce le caratteristiche aggiungendovi spesso rabbia o odio o superiorità mentre nel caso del discernimento iniziamo un cammino di avvicinamento verso l’altro e, dopo, decidiamo senza aggiungere ne rabbia, ne odio, ne mettendosi ad un livello superiore all’altro (nemmeno se abbiamo davanti una persona effettivamente più “debole” di noi tipo un bambino: anzi peggio perché le procureremo dei danni ancora peggiori e perché considerarla più “debole” sarebbe già un giudizio!) ma comprendendola con l’umiltà che non possiamo capire l’altro fino in fondo e senza mai pensare che “noi abbiamo la soluzione”.

Ogni volta che mi trovo davanti una persona della quale non condivido i comportamenti o le idee cerco, a volte con molta difficoltà e altre nemmeno ci riesco ma sento di doverci provare comunque e ancora di più, a non giudicarla per come è ma a scegliere, discernere, semplicemente se è una persona con la quale posso intessere una relazione oppure no. Non perché a lei sono attribuibili i peggiori aggettivi che in quel momento mi potrebbero venire in mente ma semplicemente perché non siamo fatte per camminare insieme. Non sempre c’è un giusto o uno sbagliato oggettivo ma spesso solo soggettivo o legato al contesto e al vissuto. Ogni persona deve essere libera di fare il suo percorso e a me resta da capire se posso percorrerlo con lei oppure no, se ci capiamo, se andiamo nella stessa direzione. Se le direzioni sono diverse meglio camminare da soli, o cercare altra compagnia, senza per forza che questo diventi un attaccare l’altro. Resta ovvio il fatto che ogni comportamento violento o non rispettoso dell’altro deve essere bloccato il prima possibile ma anche in questo la condanna e il giudizio è verso il gesto e non la persona.

Il lavoro da fare è però a doppio senso: se da una parte dobbiamo esercitarci a non giudicare dall’altra dobbiamo imparare a non sentirci giudicati e a spiegare alle persone che, ad esempio, un nostro no o una nostra valutazione negativa non è caricata del giudizio. Spesso le persone con cui mi capita di parlare al mio primo accenno ad un no oppure ad una obiezione vanno sulla difensiva e si sentono aggrediti: ma io in quel momento non li sto aggredendo! Siamo così abituati ad essere giudicati che non riusciamo più a dialogare. Un dialogo è fatto proprio per comprendere meglio, per conoscere nuovi punti di vista o per confrontarne di diversi e finché non impareremo a liberarci dal giudizio e dalla superiorità/inferiorità nessuna delle parti coinvolte potrà trarne alcun giovamento.

Trovo nella capacità di discernimento anche un altro atto necessario oggi ovvero il “chiamare le cose con il proprio nome” che altro non è che un altro modo, a mio avviso, di chiamare la consapevolezza. Essere consapevoli: non possiamo acquisire la capacità di scegliere se prima non impariamo a vedere chiaramente, il più chiaramente possibile, le cose per come sono. Possiamo scegliere una scuola peggiore per nostro figlio perché è vicino a casa nostra e quindi più comoda ma non possiamo farlo affermando che lo facciamo perché è migliore e non perché diamo la priorità alla nostra comodità rispetto all’educazione di nostro figlio altrimenti significa che non vediamo in modo preciso i parametri della nostra scelta. O ancora possiamo scegliere di mangiare derivati animali invece che essere vegani ma non possiamo affermare che amiamo gli animali o che quelli che finiscono sulla nostra tavola non hanno sofferto perché in questo caso la coerenza della nostra scelta e i parametri vacillerebbero; io adesso cado sempre sul dolcetto per far riprendere il via ad una giornata in salita ma so che è un palliativo perché in realtà niente cambia davvero ma è solo una piccola coccola, necessaria per l’umore ma non risolutiva nella pratica. Ma si potrebbero fare tantissimi esempi di casi in cui la capacità di discernimento viene a mancare perché manca la conoscenza dell’oggetto della nostra scelta ovvero manca la consapevolezza di cosa quella scelta produce e da cosa è causata.

L’anima è solo di noi stessi e solo a noi stessi dobbiamo rispondere, non possiamo portarci dietro fardelli di giudizi e rabbia che altro non fanno che appesantirci e farci tenere le spalle piegate e lo sguardo in basso, chiuso al mondo e a noi stessi. Incapaci di far entrare nemmeno un brandello di amorevole compassione. Senza questo… cos’è la vita se non una mera gara ed un confronto continui che rendono inutili, ciechi e, perfino, cattivi?

Fate una prova: per un giorno provate a limitarvi ad ascoltare, senza intervenire e senza controbattere quando siete coinvolti in una conversazione e provate anche a chiedervi se forse l’altro abbia ragione o un po’ di ragione o un fondamento di ragione o anche solo un “forse per come è lui e per quello che ha vissuto è normale che la veda così”. Io ho provato e provo ancora, soprattutto con chi ha idee molto diverse da me o con chi ho più difficoltà a parlare, e vedrete che vi avvicinerete a lei e che la vedrete un po’ più dall’esterno. Vi aiuterà a passare dal giudicare le sue parole al discernere quelle condivisibili da quelle non condivisibili o addirittura non accettabili. E soprattutto fatelo anche con voi stessi: scegliete con discernimento ma non giudicatevi troppo e … buona vita!

Elena

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I GENITORI SONO EDUCATORI PER NATURA

Nostra figlia ha ancora due anni di asilo ma già ci chiediamo cosa ne sarà delle sue elementari: waldorf, scuola nel bosco, pubblica, parentale? Siamo molto felici di avere tempo per pensarci e di poter studiare ogni possibile soluzione.

Su una cosa però abbiamo già deciso: la fonte primaria della sua educazione e i suoi principali responsabili saremo noi.

Questo non vuole essere però un articolo sulla scuola parentale, che considero comunque una delle migliori e coraggiose scelte, ma su come ogni scelta educativa possa essere quella giusta a patto che siano i genitore a restarne i principali responsabili e attori.

Viviamo in un momento storico in cui la maggior parte delle azioni, e spesso anche delle decisioni, viene delegata e perdiamo non solo il controllo della nostra vita ma la vita stessa. Ci ritroviamo infine ad avere dei figli che senza difficoltà sono definibili figli della società e/o della scuola mentre i figli devono essere figli dei genitori! Solo così possono trovare davvero se stessi e portare positività e forza intorno a loro.

Ogni tipo di istituzione scolastica, pubblica o privata che sia e indipendentemente dalla pedagogia alla quale si ispira, può soltanto essere un supporto per i genitori che non devono comunque mai perdere il loro ruolo di genitori e guida dei loro bambini.

Se a scuola si imparano le nozioni a casa si impara la vita.

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Sta a noi genitori insegnare per primi e/o parallelamente la storia, quella del modo e quella della nostra famiglia, sta a noi scegliere quale sguardo sugli eventi e sul cammino del mondo debbano avere. Non possiamo lasciare che siano altri a decidere se i nostri figli debbano porre l’accento su una civiltà o su un’altra, se sia più importante che conoscano i fatti storici come una mera sequela di nomi e date oppure se sia importante che studino a fonda il perché di certe situazioni e il lato più profondo e spirituale dei popoli, gli spostamenti, le arti, i loro profondi saperi in fatto di medicina, scienza etc.

Mi sono spesso per esempio chiesta se mi sentivo soddisfatta della storia imparata nella scuola pubblica: certamente no! Non perché non era esatta o perché veniva utilizzata una metodologia sbagliata ma semplicemente perché dava priorità alla parte di essa più lontana dai miei interessi e da quelli della mia famiglia, che per fortuna ha fatto un grande lavoro di approfondimento e guida: si studiavano praticamente solo i popoli mediterranei a totale scapito di quelli del resto del mondo, l’occidentale era colui che esplorava e quasi mai colui che distruggeva terre già scoperte, esplorate e felicemente abitate, stendeva un velo di inciviltà su tutti i popoli esistiti prima dell’avvento della scrittura come se gli uomini vissuti precedentemente fossero ignoranti e con il solo scopo della sopravvivenza (quando è che studiano il culto per la Madre Terra, le società matriarcali, interi millenni di vita pacifica da raccoglitori, le grotte di Lascaux, la spiritualità e la vita democratica dei Nativi Americani?).

La storia sarà prima di tutto quella che ha portato alla sua nascita, che ha portato la sua famiglia a vivere in un certo luogo e poi infine quella dei popoli che hanno influenzato e costruito la sua famiglia. Per noi, per fare un esempio, i popoli Nativi Americani sono fondamentali per quello che siamo oggi, per il nostro stile di vita e le nostre scelte e quindi sarebbe impensabile partire da Cristoforo Colombo e non dai Sioux!

La scuola può quindi fornire una sorta di base e di “garanzia” ma il resto dobbiamo farlo noi.

Dobbiamo fargli scoprire la geografia facendoli passeggiare lungo il fiume e raccontando loro tutto il cammino che fa per arrivare al mare, indicandogli le alture che fanno da confine alla loro bioregione, raccontargli dei paesi da cui i loro amici arrivano oppure che i loro genitori o nonni hanno visitato. Guidarli in primis alla scoperta del loro bacino idrografico e piano piano ad allargare sempre più lo spazio da essi conosciuto.

La scrittura e la lettura, e lo stiamo sperimentando ora, non può partire da parole stereotipo ma è normale che parta da parole vicine al bambino. Nomi, animali e piante che si trova tutti i giorni intorno e che quindi è interessata a imparare: sono loro a chiederci questo! La nostra cucciola ogni giorno ci chiede ed impara lettere e parole piena di entusiasmo ma tutto parte sempre da ciò che le capita a tiro: i nostri nomi, quelli degli animali che preferisce, il personaggio di una fiaba letta.

Tutto questo per dire che va benissimo che i bimbi frequentino “la scuola” ma noi dobbiamo anticipare, integrare, accompagnare ed essere parti attive nel suo percorso di apprendimento anche parlando con maestri e presidi, chiedendo spiegazioni oppure accordandoci su aspetti che non ci sembrano adeguati ai nostri bambini o ai nostri stili di vita, non lasciando a loro tutte le decisioni che li interessano. È vero che gli alunni sono tanti e che i maestri devono applicare regole uniche ma è questo che è assurdo! Ogni bambino è diverso e magari se il genitore completa quello che l’insegnante fa a scuola sarebbe finalmente possibile una didattica su misura per ogni alunno o quasi!

Oppure perché non farsi addirittura promotori di cambiamenti nella metodologia di insegnamento nel caso ci accorgessimo che davvero la scuola frequentata ha delle grosse carenze oppure che trasmette valori errati o insani esempi!

Altro aspetto a mio avviso essenziale è la necessità che i genitori tornino ad essere una guida e un’ispirazione per i figli ma questo non può essere se non sono loro ad educarli e se non permettono un passaggio di conoscenze, mestieri, saperi e arti.

Dovremmo riuscire a passare abbastanza tempo con i nostri figli in modo da potergli passare davvero i nostri saperi e le conoscenze base fondamentali per la vita. Insegnargli la sua storia, insegnargli a leggere e a scrivere, insegnargli da dove vengono i tuoni, il cibo, lasciarli avvicinare a noi affinché imparino con l’osservazione e l’imitazione quello che noi quotidianamente facciamo.

Questo è sempre più difficile dal momento che la maggior parte delle nostre attività sono nascoste ai nostri figli: lavoriamo in un luogo diverso da quello dove abitiamo, demandiamo compiti casalinghi ad altre persone oppure alle macchine, non dedichiamo abbastanza tempo al dialogo e all’ascolto. Insieme a questo affidiamo spesso ad altri l’insegnamento ai nostri figli di tante cose, non solo la scuola ma anche la musica, gli sport (a nuotare per esempio), l’arte, in alcuni casi i valori!

Riprendere in mano questo aspetto della genitorialità e fare sì che i nostri figli guardino a noi come a qualcuno che gli ha insegnato a prendersi cura della loro casa, a prepararsi e magari procacciarsi il cibo, a lavare i propri vestiti, a suonare uno strumento o a cantare, a nuotare nel mare o a correre dietro un pallone, che gli hanno dato l’esempio su come comportarsi con gli altri, sul rapporto da avere con la natura e con gli altri esseri viventi inclusi i membri della propria famiglia. Possiamo fargli scoprire civiltà ed eroi lontani e magari a noi particolarmente cari raccontando storie o leggendo insieme, possiamo recitare loro poesie e impararle a memoria insieme a loro, recitare commedie insieme. Insegnare noi a scrivere il loro nome, quello che noi abbiamo scelto e che è carico di tanti significati e storie. Se li lasciamo aiutarci nel nostro lavoro ove possibile, se glielo insegniamo, se lasciamo che partecipino anche loro e attivamente all’ingranaggio della famiglia, abbiamo già adempiuto alla parte più importante della loro educazione.

 

Una delle mie preoccupazioni più grandi è sempre quella di provare a lasciare qualcosa a mia figlia di me stessa, che mi conosca e che possa davvero prendere la mia eredità, che si ricordi di me quando non ci sarò più in modo non solo astratto ma pratico, che mi senta sempre accanto a lei. Come farlo? Potrebbe essere semplice: lasciare che i nostri figli ci conoscano, lasciarli partecipare alla nostra vita. Osservandoci, imitandoci, sentendo il nostro amore per le cose che facciamo, condividendo con loro quello che possiamo della nostra quotidianità, non isolandoci sempre di più da loro. In questo modo potremo davvero diventare delle guide sane e che resteranno sempre con loro attraverso il nostro stesso essere.

“Children do not need us to control them. They need our support, at times our guidance and, always, our empathy but control does not factor in healthy relationship with anyone.” (blog Parent Allies)

 

“Ci sono molte buone ragioni per impadronirsi di queste arti (quelle che si insegnano a scuola), ma il potere, la virtù, resta dalla parte del selvatico.” (Ri-abitare nel grande flusso di Gary Snyder)

 

“ Dappertutto c’era vita, percettibile o impercettibile, ogni cosa, ogni forma di vita, possedeva qualcosa da cui potevano apprendere, persino una pietra” (Orso in Piedi, Dakota – Sioux)

 

 
Elena

VOGLIO VIVERE SENZA VIOLENZA!

Immersa tra piante e cicale mi rendo conto di quanta pace ci sia qui, nella mia casa e nella mia mente. Mi viene spontaneo domandarmi come mai tanta violenza, nelle guerre certo ma anche nella vita di tutti i giorni. Quante volte capita di non ascoltare attentamente chi ci sta parlando, di rispondere male, di negare diritti, di essere egoisti, di avvelenare la terra e i suoi abitanti? Quante volte guardiamo male un’altra persona, spesso per futili motivi, e quante volte partiamo prevenuti e giudichiamo senza pietà vedendo giusta solo la nostra verità? O guardando solo all’esteriore? Troppe, troppe volte.
Ci alziamo già la mattina pesanti e cattivi con il mondo. Gli altri un peso da gestire, il compagno e i figli, per non parlare di genitori e nonni anziani, persone che ci intralciano e ci “incatenano”. I colleghi che sicuramente trameranno contro di noi, i trasporti che sicuramente non funzioneranno e il caldo tremendo che non ci farà respirare. Siamo arrabbiati. Ci alziamo e andiamo a letto arrabbiati. Quest’attitudine genera la violenza e da essa è alimentata.

La “non-violenza” è l’antidoto a ogni malessere dell’anima, ma come arrivarci, come nutrirla e cosa è davvero? È svegliarsi la mattina in armonia con le persone, la terra e le cose che abbiamo intorno. È la ricerca continua di equilibrio e intesa che altro non è se non guardare chi abbiamo davanti sorridendo, dare il giusto posto nella propria scala a tutto. È vedere relazioni positive intorno a noi e osservare bene quelle negative per cercare di portarvi dentro la nostra positività fino a trasformarle e risolverle. È la ricerca continua di armonia in noi stessi e con ogni singola parte della nostra giornata, è mettere in prima fila le relazioni (con persone, madre terra, animali e ovviamente noi stessi) prima di qualsiasi cosa. Prima di ogni azione, di ogni vittoria, di ogni denaro, di ogni scadenza ci sono le nostre relazioni e connessioni.
Ritrovare quella autenticità che ci permette di non doverci nascondere e che chiede agli altri di fare altrettanto. Ascoltare quella vocina che senti quando vai a piedi nudi sull’erba che dice di vivere in pace e di non giudicare perché, in fondo, ognuno sta provando a dare il meglio di sé anche quando non va nella nostra stessa direzione.

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Essere, provare a essere, “non-violenti” vuol dire vivere coscienti di quali sono le relazioni che permettono di vivere: il cibo per il corpo viene dalla terra, il cibo per la mente dalle altre persone. Come possiamo usare violenza verso chi ci nutre? Ogni essere umano, animale e vegetale e ogni elemento è necessario alla nostra vita. Ognuno. Ascoltare chi condividiamo ma anche chi ci è distante: entrambi ci arricchiscono e noi arricchiamo loro. Essere pietosi e rispettosi verso ogni animale dal più grande al più piccolo: hanno arato i nostri campi, protetto le nostre case, ci hanno fatto compagnia, hanno sparso il polline per far nascere il nostro nutrimento. Venerare e custodire ogni pianta: ci nutrono, ci riparano dal sole, tengono le nostre colline, ci guariscono, abbelliscono tutto con le loro foglie e i loro fiori. Omaggiare gli elementi: permettono la nostra vita e mantengono tutto in equilibrio fuori e dentro di noi.
Per essere felici e per aiutare gli altri a esserlo, per combattere la violenza e iniziare un cammino salvifico verso la “non-violenza” è indispensabile renderci conto che siamo una parte del tutto, a tutto interconnessi. Solo quando ci renderemo conto di questo e lentamente con i piedi nudi a terra, le mani verso il cielo, la schiena contro un albero, un gatto che ci accarezza le gambe e il nostro sorriso accogliente verso tutti gli esseri viventi re-impareremo, davvero, la non-violenza.
Non prevarica, non gestisce, non vince, non vuole aver ragione, non ruba, ascolta, osserva, consiglia, mette in discussione. Non si sente solo, non si sente il più piccolo o il più grande, si sente insieme al tutto e parte di esso alla pari di tutto. Intorno a se e nel suo cuore non vede più oggetti o traguardi ma solo relazioni e connessioni, tutto il resto è lasciato, secondario.

PICCOLA PERSONALE ANTOLOGIA NON-VIOLENTA

Vita Semplice
di Felice (Rosario Colaci)

Piccola vita, piccoli semplici gesti
zappare la terra, seminare, falciare, intrecciare cesti.
Giorno dopo giorno, anno dopo anno, sempre le solite cose,
sempre le stesse, ma sempre diverse come boccioli di rose.
Niente di grandioso, speciale, fantastico o eclatante
una vita fatta di gesti consueti, umili e modesti, come tante.
Vita piena, soddisfatta, serena e gioiosa
che non cambieresti per niente al mondo, neanche la più costosa.
È una vita così che mi sono venuto a cercare su queste montagne
senza tante ansie, pretenziose aspettative e inutili magagne.
La frenesia, gli stimoli continui, il ritmo travolgente
non mi riempiono l’anima ed il cuore di gioia per niente.
Siamo nati per vivere, pensare, viaggiare alla velocità della luce,
o per scoprire passo dopo passo dove il sentiero conduce?

A handmade life, In search of semplicity (tratto da)
di Wm. S. Coperthwaite

If we will listen carefully and with care to our opponents, trying to understand from where they speak, learning and movement become more possible – for both of us. If my adversaries know that I care, that I believe their troubles are my troubles, that we are one and not separate, and that I too am searching and need their perspectives, a more fertile soil for communication is produced.

A handmade life, In search of semplicity (tratto da)
di Wm. S. Coperthwaite

Perfection
To seek to be to another
As sunlight and water
To a flower
As humus and air
Asking no returns
Making no demands
Encouraging no direction
Asking only the privilege
Of helping it to blossom

Le due promesse
di Plum Village

Prometto di nutrire la mia comprensione
Per vivere in pace con persone,
animali, piante e minerali.
Prometto di nutrire la mia compassione
Per proteggere la vita di persone,
animali, piante e minerali.

COS’E’ UFFICIALMENTE LA NON-VIOLENZA E I RINGRAZIAMENTI

Nel post non ho volutamente spiegato con precisione storica e sociale cosa sia la “non-violenza”, metto adesso per sopperire a questo un link al sito internet dell’Associazione Venti di Terra che lo spiega magnificamente.

Cos’è la non violenza?

Li ringrazio per averlo raccontato così bene e per essere le belle, splendide, persone che sono.

Ringrazio inoltre Felice, il poeta e il contadino, ringrazio la sua voce quando legge poesie e il suo sguardo forte e coraggioso di sapere e di pace.

Metamorfosi contemplabile – No rumore

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Appena terminate, le costruzioni dell’uomo entrano in un processo di degrado irreversibile. La loro incapacità di evolvere le condanna, presto o tardi, alla rovina. Quando un’opera è compiuta, è già morta. La natura, al contrario, non termina mai nulla. Si fa carico degli uragani, interpreta le ceneri di un fuoco, inventa un processo di vita sulle basi, ogni volta rinnovate, di uno sconvolgimento.

Maggio. Pioggia densa, monsonica.
Spighe d’Avena selvatica. Orzo selvatico.
Sfiorano i palmi delle mani mentre passo. L’Avena scoppietta quando si apre al mattino.
Passo e formo il path.
Merlo. Scava con il becco per qualche verme o seme.

Cicerbita alta. Fusto eretto, foglie verde brillante spinose.
Ne taglio qualcuna. La cuciniamo con il riso o la saltiamo con il cedro. Molto buona.

Boccioli di Papavero si schiudono al mattino. Punteggiano di rosso il verde.
Elicoidale s’allunga il tenero e giovane Convolvolo. Il Pisello s’arrampica tra le frasche.
Quando piove questo verde luccica prezioso nell’aria argentina.
Si muove con il vento, come il vento. Là c’era il Tarassaco. I Ranuncoli. Adesso la Gramigna, le cime di Romice. Bianco Silene, diamanti di schiuma lumachesca sulle cime.

I Noci e le Querciole si sono vestiti di nuove foglie, cucite e indossate come magici abiti a poche ore dal ballo.

Un prato tagliato, rapato a zero dal decespugliatore.
Puzzo di benzina sulle braccia.
Rumore ronzante che ti rimane sulle mani. Tremano.
Penso che farò i sentieri con la falce. Niente zac zac assordante.
Zac zac, ma discreto, a disegnare.
Non è un prato.
Metamorfosi contemplabile.
Gilles Clèment. Terzo Paesaggio. L’uomo assente.
Un germoglio di Fico a bucare l’asfalto.
L’edera ad arrampicarsi su relitti architettonici.

Il path non è prato da guardare.
È sentiero da camminare. Erbe da esplorare.
Si ricorda qualche nome.
Si esplora la possibilità di dimenticare, avvicinandosi.

Cit. G.Clèment, II giardino in movimento, Quodlibet 2011, traduzione di Emanuela Borio

path n 1 surfaced walk or track / 2 course of action

Zero waste… un lunghissimo cammino!

Nel nostro cammino verso una vita ad impatto zero è ovvio che un posto d’onore riserviamo all’obiettivo “zero waste”! Questa volta il post è soprattutto un quadro della nostra situazione attuale rispetto a tale tema e un incoraggiamento a noi per fare molto ma molto di più rispetto a quello che stiamo facendo adesso: vorremmo arrivare ad un giorno in cui il nostro cestino dell’immondizia sarà perennemente vuoto!

Se vogliamo essere a “impatto zero” dobbiamo necessariamente eliminare il maggior numero di impronte lasciate dietro di noi e le impronte più pesanti sono, insieme a quelle dell’inquinamento, dei danni ambientali, dello sfruttamento degli animali non-umani, delle relazioni umane trascurate e dell’edilizia tradizionale, le impronte più pesanti sono proprio quelle dei rifiuti. Ci capita spesso di sentir parlare di impianti di smaltimento e di inceneritori, di lotte fra chi li vuole costruire e chi invece non li vorrebbe assolutamente. Non mi infilo adesso in discorsi politici su questo per due motivi: uno, non ne so abbastanza e due, non è un problema che posso risolvere io direttamente con le mie piccole azioni quotidiane. Posso però impegnarmi per fare in modo che non ci sia più bisogno di impianti per lo smaltimento dei rifiuti e questo vuol dire che posso lavorare per non produrre più rifiuti e per prendermi la responsabilità in prima persona di “smaltire” attraverso il riciclo i miei materiali di scarto!

Come dice la parola stessa “zero waste” vuol dire rifiuti zero e quindi appunto, in parole povere, non più rifiuti ma soltanto un po’ di materiale pronto ad essere riciclato e, certamente, una bella compostiera. Se analizziamo le nostre giornate ci rendiamo conto che attualmente pare praticamente impossibile non produrre alcun genere di rifuto, tutto è imballato, in molti ristoranti e bar regna l’usa e getta, nel vestiario la moda (o la voglia? o peggio l’insicurezza?) ci porta a cambiare abiti con una frequenza inaudita, l’elettronica è in mano all’obsolescenza programmata e alla fobia di restare indietro così come le auto e mille altre cose. Ci sono addirittura degli oggetti che ci sembrano indispensabili, vitali, e senza i quali le nostre nonne hanno fatto senza per una vita e non ne hanno subito il minimo danno: accessori da cucina, quantità di asciugamani e canovacci da esercito, mollette per chiudere i pacchetti avviati, batterie di pentole degne di un ristorante etc. etc…!

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La prima domanda che viene in mente quando penso ai “rifiuti zero” è come mai si producono cose in realtà inutili? Oppure che si possono utilizzare soltanto una volta? Si producono perché si vendono e si vendono perché ci siamo infilati in una spirale (senza fine?) di finti bisogni, finte comodità e finti risparmi. Con finti bisogni intendo soprattutto la difficoltà di distinguere ciò che è veramente essenziale per la mia vita fisica/relazionale/culturale da ciò che si limita a migliorarla pur non essendo vitale e questo ci ha portato a considerare indispensabili oggetti o capi di abbigliamento che non lo sono affatto: se riconoscessi che non sono vitali ma solo “desiderabili” probabilmente mi farei delle domande in più nel momento dell’acquisto. Finte comodità sono tutti quegli oggetti che ci semplificano la vita solo all’apparenza, solo da un punto di vista puramente pratico e solo nel momento ma che non sono indispensabili e che molto spesso ci precludono possibili relazioni con altre persone; faccio l’esempio del decespugliatore: è indubbiamente comodo ma potremmo iniziare a pensare a quanto inquina, a quanto possa essere bello lasciare crescere l’erba un po’ e vedere quali meraviglie riesce a mostrarci, potremmo concederci di utilizzare la vecchia falce fienaia faticosa ma ritmica e silenziosa e quindi meno invadente, potremmo infine usare sì il decespugliatore ma magari condividerlo con due o tre vicini! Tra i finti risparmi metto invece tutti quegli acquisti di oggetti troppo economici che ci costringeranno ad una loro frequente sostituzione: nel lungo periodo questi non ci ripagano affatto e ci ritroveremo, oltre ad ad avere più rifiuti, anche ad avere il borsello più vuoto (per non parlare della eticità dei salari, della qualità e sicurezza dei materiali impiegati etc. etc.)!

Da alcuni mesi quindi abbiamo iniziato un cammino verso la riduzione dei rifiuti e siamo talmente tanto agli inizi che l’arrivo davvero non riusciamo a vederlo! Se analizzo i nostri sforzi posso arrivare ad un lista di azioni/abitudini che abbiamo intrapreso e di altre ancora da intraprendere e non posso che rimboccarmi le maniche!

AZIONI INTRAPRESE
– cercare di ridurre al minimo l’acquisto di materiale imballato ed acquistare in grandi formati
– scegliere sempre, quando non si possono evitare, imballi in materiale riciclabile direttamente oppure sottoforma di materia prima per le mie creazioni o per oggetti a noi necessari
– acquistare soltanto ciò che ci è davvero indispensabile eliminando ogni acquisto impulsivo per basarsi soltanto su liste della spesa controllate e pensate più volte
– avere come negozi per l’acquisto di oggetti, vestiti etc. soltanto colorati, caotici e divertenti mercatini dell’usato
– ricollocare attraverso la vendita, lo scambio o il dono quegli oggetti che ci ritroviamo in casa, dal passato o come regali, e che non ci sono utili nel momento o a breve
– evitare il più possibile l’utilizzo di materiale usa e getta in casa ricorrendo a materiali come la stoffa o l’acciaio per esempio. Da poco abbiamo scoperto ed acquistato un set di “bee’s wrap” fogli sostituivi della carta stagnola fatti di cotone, trattati con la cera d’api ed ovviamente riutilizzabili da utilizzare per conservare gli alimenti!
– autoprodurre la maggior parte di ciò che ci serve, preferendo come materie prime gli scarti e i rifiuti (es. la lisciva fatta con la cenere della nostra stufa a legna e l’aceto per le pulizie con gli scarti vegetali della cucina!)
– bere l’acqua delle fonti se siete fortunati come noi da averne una vicino casa oppure del rubinetto e portarsi sempre dietro una borraccia in modo da non dover acquistare le bottiglie di plastica. Se, come noi, girate con bambini oppure siete coccolosi portate dietro anche un thermos con la tisana e/o un’altra borraccia con un succo di frutta fatto in casa oppure acquistato in contenitori in vetro
– avere un compostiera per il giardino o per l’orto. Se non avete uno spazio esterno potreste trovare qualcuno che ce l’ha e che sarebbe contento di “ospitare” i vostri rifiuti ricevendone in cambio buon concime oppure, perché no, potreste istituire una compostiera comune nel giardinetto condominiale!
– ponderare gli acquisti di materiale elettronico e sceglierli soprattutto in base all’eticità, alla presenza o meno di obsolescenza programmata e alla facilità di riparazione (sto facendo il conto alla rovescia per l’acquisto del Fairphone 😉
– utilizzare i suddetti materiali elettronici per tutta la durata della loro vita. Spesso capita di cambiarli semplicemente perché la batteria dura un po’ meno o perché c’è un graffio sullo schermo o ancora perché un po’ più lenti o peggio perché i modelli più nuovi sono “tutto un’altra cosa”. In tutti questi casi perdiamo di vista la reale funzione dell’apparecchio! Io adesso sto scrivendo da un MacBook che l’anno prossimo farà 10 anni, che da molto tempo ha perso il vetro della sua bella mela morsicata e che ha una tana in corrispondenza del tasto F6 ma… per me funziona benissimo!
– imparare a “adattarsi” e a “riparare”. Alla prima parola penso ai pantaloni neri sportivi macchiati indelebilmente di olio… mio marito mi perdonerà ma io li porto ancora quando sto nei paraggi di casa, non sono sexy ma mi coprono perfettamente dal freddo! Alla seconda parola penso ad un sedia da giardino in vimini che abbiamo trovato vicino ai cassonetti pochi giorni fa e che era rotta in alcuni punti, riparato l’intreccio con un bel cordino rosso che funge anche da decorazione adesso fa una maestosa figura nei pressi del salice!
– annullare o limitare l’acquisto di riviste, libri e dvd e prediligere la biblioteca. Questo per noi è diventato un appuntamento settimanale irrinunciabile, un vero “affare di famiglia”: andiamo di pomeriggio e ci posizioniamo nell’area bimbi dove Amelia è libera di scoprire mille libri nuovi e di fare interessanti incontri mentre noi ci dividiamo tra lo stare con lei per condividere queste scoperte e per aiutarla nella lettura e nella scelta e tra lo scovare libri e film per noi.
– lasciare da parte le mode e ficcarci in testa che vestirsi bene e seguire il proprio stile non necessariamente equivale a “seguire lo stile in voga nel momento”. Ricordatevi che non importa avere intere batterie di vestiti, basta avere un ricambio che vi permetta i lavaggi e abiti che vadano bene nelle varie occasioni che avete… se avete un vestito da cerimonia con cui siete bellissime, lo sarete anche la quarta volta che lo mettete!!!

AZIONI DA INTRAPRENDERE
– munirsi di kit in materiali riutilizzabili per i pranzi fuori casa per evitare gli usa e getta
– portare sempre con se una vaschetta per gli eventuali avanzi
-procurarsi un set di stoviglie (in plastica rigida per noi già sarebbe un successo ma la cosa migliore sarebbe in acciaio o in ceramica) da festa ovvero in quantità consone a servire torte e biscotti almeno a tutto il vicinato e da tenere in uno scatolone pronte all’uso. Un’idea potrebbe essere quella, suggerita da Linda Maggiori sulla sua pagina FB, di fare un acquisto comunitario di questo materiale in modo da passarselo alla bisogna. Meglio se acquistato usato o recuperato in qualche cantina aggiungo io: mica devono essere per forza tutti dello stesso servito e materiale!
– organizzarsi per tempo per feste e ricorrenze in modo da avere tutto il tempo per realizzare in casa tutte le decorazioni e tutti i regali. Spesso si pensa che debbano essere “perfetti” e non ci sentiamo all’altezza ma in realtà l’importante è la cura e l’attenzione che ci si mettono nel farli e la loro utilità e durata nel tempo. Meglio anche se sono fatti con rifiuti!

Non si può certo pensare di veder scomparire tutti i rifiuti dalla faccia della terra dall’oggi al domani, e nemmeno sperare che gli stati trovino una soluzione immediata al problema (troppi interessi lo impediscono…) ma possiamo, come per tutte le cose della vita, iniziare da una parte. Iniziare da una piccola azione e da una piccola riflessione sulle conseguenze delle mie azioni: potrei ad esempio ricominciare ad utilizzare i fazzoletti di stoffa da naso e magari chiedermi dove andrà a finire il mio spazzolino da denti una volta usato e se posso rimediare. Da lì tante cose cambiano. Credo di averlo già scritto in altri post ma lo ripeto: tutto inizia da una piccola cosa e poi pian piano vi troverete ad essere “zero waste”, o quasi, senza nemmeno accorgervene o meglio, accorgendovene e sentendovi più leggeri!

Elena

Ora, tutto va bene!

Dovunque ci troviamo, in qualunque momento, possiamo gioire della luce del sole, della compagnia degli altri, della sensazione del nostro respiro. Non abbiamo bisogno di andare in Cina per gioire del cielo azzurro, non dobbiamo viaggiare nel futuro per gioire del nostro respiro. Possiamo essere in contatto con tutto ciò qui ed ora.” Thich Nhat Hanh

Ecco, questo è in versione completa quello che mi risuonava in mente da tanto tempo in modo confuso e che finalmente ho trovato! E’ da mesi e mesi che mi chiedevo come fosse possibile che la maggior parte delle mie azioni quotidiane, delle mie preoccupazioni, relazioni e rapporti fossero soltanto in funzione del futuro e/o di un preciso risultato futuro.
Questo mi faceva costantemente allontanare da tutto quello che stavo facendo, negandomi tutti quei momenti oppure caricandoli di tanta ansia per un qualcosa di così incerto e non dipendente da me per intero come è il futuro. La mia necessità era quella di tornare al presente, di godermelo interamente. Il passato è ormai dentro di me e di me fa parte quindi è inutile guardarlo: lui è comunque con me, c’è, non è toccabile e posso solo, anzi devo, accettarlo. Il futuro adesso è l’insieme di tutti gli attimi che vivo: se questi sono intensi e belli anche il mio futuro potrà esserlo.

Ho iniziato quindi a cercare, leggere, scoprire e meditare per cercare di riacquistare la consapevolezza totale del momento presente e mi sono imbattuta nel monaco buddhista Thich Nhat Hanh che si occupa di insegnare e diffondere l’arte di vivere in presenza mentale.
Essere consapevoli del momento presente, del proprio respiro e viverlo con gioia, comprensione e compassione.
Essere in ogni istante della giornata esattamente nel luogo, con le persone, con l’attività, con il corpo e con il respiro in quell’istante, non un passo indietro ne un passo avanti. Lo stare nel momento è totale, nessun gesto è automatico, nessun pensiero è lontano, nessuna distrazione limita l’ascolto degli altri e di se stessi. Tutta la persona è tesa ad ascoltare e vivere l’attimo. Vivere tutto con tutta la gioia e l’energia che questo genera in me! Ogni gesto e atteggiamento ha un importanza immensa nell’attimo stesso in cui si compie, non per un obiettivo futuro o in previsione di qualcosa ma solo per quell’istante e quindi…. Per sempre!

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Ritrovo la meraviglia e l’intensità che vivono i bimbi prima di acquisire il senso del tempo. Quando tutto ciò che vivono è “ora” e contemporaneamente “tutta la loro vita”. Ogni volta che mi impegno in qualcosa è come se ogni cellula del mio corpo e della mia mente fosse tesa a quella precisa cosa e tutto il resto diventa un sottofondo che lascio entrare in contatto con me soltanto in modo involontario. Vivere con una certa “assenza di scopo” nelle cose che facciamo (non certo nella scelta della direzione in cui provare a mandare la propria vita!) ma nel momento in cui si è scelto o ci si trova a fare una certa cosa dobbiamo essere totalmente in quello e non nella conseguenza dell’atto, aperti a farci guidare da ciò che succede e da chi abbiamo intorno imparando a vedere gli imprevisti come opportunità. Su questo mi viene sempre in mente il primo consiglio della mia insegnante di teatro sulle improvvisazioni: mai dire di no! Il no chiude e il sì apre. E il secondo consiglio: stare in ascolto della situazione che si va creando. Questi due punti sono per me essenziali per permettere di vivere pienamente il momento presente e per cogliere tutto il buono che da questo può nascere. Per me è un esplosione di gioia potermi dedicare totalmente a quel momento!
Non avere la testa piena di pensieri lontani da quel momento mi permette di ritrovare tutta la calma e la serenità per affrontare al meglio tutto e per accettare ogni mio sentimento. Anche quelli pesanti e negativi come tristezza e rabbia se accettati permettono di essere vissuti interamente, elaborati e quindi di poter passare a far parte del nostro passato senza pesare sui nostri presenti e potranno così finalmente diventarvi utili. E vi giuro che arrivare a sera, anche in giornate molto stancanti, sarà esageratamente meno stancante… perché ogni momento scaccia un po’ della stanchezza del momento precedente e non prende quella del momento futuro! (E questo con bimbi, cani, gatti, lavoro e mille altre cose da gestire è tantissimo!!!!).

Imparare momento per momento a connettersi, e riconnettersi, alla terra su cui poggiamo i piedi ben saldi, che ci sostiene e che ci fornisce l’essenziale per vivere. A sentire tutto intorno a noi e dentro i nostri polmoni l’aria che fluisce libera come la nostra mente e alla leggera brezza che ci accarezza oppure al forte vento che ci porta energia e forza risvegliando i nostri sensi. Impariamo a lasciar entrare dentro di noi ciò che vediamo, i colori, le forme, i movimenti. Pensiamo alla protezione che ci dona il cielo cullandoci con il suo meraviglioso blu oppure con una pesante coltre di nuvole simile ad una comoda coperta! Questo vuol dire lasciare sfumare i nostri contorni e lasciare che il mondo entri in contatto con noi davvero pur restando saldi nel nostro essere.
Ogni momento della giornata inoltre assume un’importanza fondamentale e la routine così si trasforma in dolce ritmo. Niente come già accennato è automatico e quindi ogni gesto della giornata e ogni parola, detta o ascoltata, diventa unica e irripetibile e finisce per arricchire il nostro essere. E’ facile capire questo se pensiamo ad un passeggiata, o al percorso casa- lavoro per esempio, fatta non in presenza mentale oppure fatta in consapevolezza. Nella prima ci ricorderemo certo alcune cose ma queste saranno probabilmente spesso superficiali e non durature. Nel secondo caso invece noteremo molti più dettagli di ciò che abbiamo visto, ci ricorderemo i visi delle persone incrociate e salutate e ogni piccolo sasso o fiore visto o raccolto e di come cambiava l’appoggio del nostro piede al cambiare del terreno e la sensazione che cambia sulla pelle non appena una nuvola copre il sole o si alza un po’ di vento.
Una scoperta bellissima è stata anche, per me che non so mai cosa dire e ci metto un po’ ad entrare in conversazione e temo spesso di “sbagliare”, il “Nobile Silenzio”. Quel silenzio che non è incertezza o paura o altro ma che è “semplicemente” immersione totale e piena di energia nel momento dedicandosi totalmente al suo ascolto. Ci permette di entrare in sintonia con le persone e le situazioni che abbiamo intorno e di farne parte, di osservare prima di agire, di prendere confidenza con il terreno nuovo sotto ai piedi. Con i bambini credo che sia indispensabile! Provate a mettervi in una stanza mentre alcuni bambini giocano e a non intervenire, o parlare, o fare le vostre cose. Semplicemente state. Privi di ogni giudizio o intento di prevenzione o conduzione ma soltanto apportare alla situazione tutta l’energia del vostro profondo ascolto e vedrete come tutto cambierà. Quando questo vi riuscirà pienamente non sarete più tentati di intervenire troppo, non vi verrà più in mente di “confrontare” un bimbo con l’altro e i bimbi sentiranno la vostra forte e sicura presenza e sarete più pronti ad entrare nel gioco quando questo sarà necessario e lo saprete fare nel modo giusto.

Un appunto, una frase qui perché è un argomento molto complesso e perché non credo di avere ancora le carte per scriverne in modo approfondito (se mai le avrò!), è la disposizione che dovrebbe avere il nostro animo e la nostra mente nel vivere il momento presente. Andrebbe vissuto con comprensione e compassione verso gli altri, verso la Terra e certo anche verso noi stessi. Senza queste due caratteristiche sarà difficile, impossibile, trarre davvero gioia ed energia dalla vita, dalle relazioni con gli altri e dalle nostre esperienze!
Quindi buona consapevolezza con comprensione e compassione verso persone, animali, piante minerali!

Elena

Consiglio di visitare il sito dell’Associazione Essere Pace!

Febbraio tra le erbe: in-stabile, fluido, creativo cammino

Curiosa assonanza: Febbraio, febbre. Calore interno di riflessioni e di prime azioni lungo un ponte che s’allunga sulla sponda della primavera. Giorni di densa pioggia, sprazzi di sole e pranzi all’aperto, notti bagnate a notti stellate con zero e sotto zero sul termometro, e l’erba che la mattina è barbata di bianco, i vestiti appesi ai ganci dello stendino duri come stalattiti. Il freddo rigido degli ultimi giorni è patina sulle spalle intorno alle dita dei piedi, sulla punta delle mani. Questa misteriosa donna vestita di bianco, bianco e azzurro, neve e ghiaccio: sottili sono i suoi passi, sottile come l’aria fredda di notte, sottile che punge e avvolge e rinnova.
S’accende la stufa, si dà avvio alla giornata. Nel’orto si decide dove seminare, si zappa qualche aiuola, si pacciama con le foglie secche e le potature. Ci immergiamo in preziose micro-passeggiate nei dintorni dove le erbe selvatiche crescono in dilagante molteplicità, permeando gli spazi nei quali si incuneano i vialetti “camminati”. La Borragine (Borago officinalis) è già rigogliosa, così come la Senape Selvatica (Sinapis arvensis) sulle scarpate, insieme ai ciuffi qua e là di porro selvatico. Le raccogliamo per i nostri pasti, insieme al Centocchio (Stellaria media), il Soncio (Sonchus arvensis), la Malva (Malva silvestris), e tante, tante altre. Ci gustiamo le foglie nelle insalate, ma ci gustiamo e ci ripetiamo anche i nomi, ci soffermiamo sullo spiccare delle diverse sfumature di verde (un esempio: il verde increspato, luccicante e squadrato, venato di bianco d’un Cardo Mariano). Ce lo aveva detto, la nostra prima fondamentale guida sulla via delle erbe, Maria Sonia Baldoni: le erbe vanno frequentate, toccate, nominate e raccontate, e assaggiate. Erbe insolite, fuori dall’ordinario approccio ai vegetali, erbe che non frequentavamo, e che i primi tempi assaggiavamo con una sorta di pudore, in quanto selvatiche e perciò, come dire, fuori legge, da stare attenti a possibili derive tossiche! Primi intimiditi passi nel regno delle green leaves. Tossiche alcune lo sono, e il consumo eccedente e monotono tipico dell’uomo medio occidentale le ridurrebbe tali anche se non lo fossero, ma con un po’ di pratica, osservazione, e tante passeggiate sbocciano nei dintorni dei nostri sentieri più come compagne di viaggio, buone e ispiratrici, anziché veleni potenziali. Sono meraviglie: nei margini, sulle sponde, nei ricchi incolti, negli angoli nascosti di giardini dimenticati. E la bellezza è insita nella molteplicità di crescita, nel ritmo inarrestabile di fasci, fazzoletti, ciuffi, serpentine,cespugli e monticelli, e tutte le forme che riescono a creare quando non sono arrestate, deturpate dalla mano dell’uomo. In questo momento dell’ultimo inverno, steli come antenne o torri di piante secche s’alternano alle giovani verdi rosette basali: la vetta di una Carota selvatica, il cui fiore è ancora lì, cristallizzato in una corolla grigio-marrone, s’alza in mezzo a un cerchio di Pratolina appena spuntata. Cambia la prospettiva, nella frequentazione: un prato rasato è un prato povero nel suo ordine, che ha smarrito una varietà preziosa, una danza complessa di decomposizione e maturazione.

Febbraio, luogo di una lettura seminale: Forest gardening di Robert Hart. Racconta del progetto di vita di un giardiniere particolare: fare di una fattoria nello Shropshire una rinnovata foresta, edibile per giunta. L’osservazione e l’ascolto profondo delle piante e della simbiosi come “basic law of life”¹, lo studio delle foreste tropicali e altri luoghi poco o pochissimo antropizzati, lo hanno sempre più spinto a essere il meno intrusivo e invadente possibile nei confronti del regno vegetale e di quello animale, aprendo la sua esperienza alle interconnessioni viventi nell’ambiente, alla fecondità dei dintorni: “the forest is not a mere haphazard conglomeration of plants and animals but an enourmosly complex self-sufficient, self-recycling, self-fertilizing and self-watering organism”. Complesso ed enorme. Così, accanto a una ridotta porzione di orto, ecco gli alberi da frutto crescere insieme agli arbusti, i susini con i ribes e le erbe selvatiche commestibili. Un viaggio nella poliformìa vegetale, e un progetto di autosufficienza che racconta di popoli indigeni i quali vivevano nella conoscenza e nel rispetto dell’ambiente, ma che racconta anche a sua volta di un ri-tornare alle radici del posto che si abita, ri-tornare nativi, qui: “the development of sensitivity to the spirit of the place”.

I was badly bitten by the self-sufficiency bug“, confessa candidamente Hart, e una volta morsi da quest’insetto, si comincia a lavorare su un aspetto dopo l’altro, ma più che sull’azione, sembra quasi che si apra un piccolo spazio sull’osservazione, sul dilatare il respiro della nostra relazione con le piante, gli altri animali, lo spazio che ci ospita. Conoscenza delle erbe (a centinaia), delle proprietà degli alberi, delle leggende legate a essi. Un respiro che dalle piante fluisce verso le relazioni umane, e viceversa, in uno stimolo creativo continuo, permeabile. Hart compie un lavoro di crescita personale, un cammino di esperienza nell’ambiente che in molteplice forma cresce intorno a lui, e a cui dona la possibilità di esperire l’interrelazione, e il prendersi cura di uno spazio davvero comune. Una struttura base a sette piani, sul modello di una foresta naturale: partendo dall’alto, la copertura dei larghi alberi da frutto è seguita da un livello più basso di alberi, poi gli arbusti di bacche, le erbe e le striscianti, fino alla rizosfera, al livello radicale. Enormemente complessa, alla vita della foresta Hart si ispira, e ispira noi lettori, per partire in cammino di lavoro: osservare, seminare, piantumare, camminare, mangiare in convivialità.

Una certa idea di agricoltura, di lavoro sulla terra, di pratica tesa all’interesse personale, allo sviluppo, al guadagno e alla proprietà, ha portato l’uomo a dimenticarsi della cura dello spazio che abita, e forse, come mi suggeriva Elena durante una delle nostre conversazioni, a trascurare, nella relazione tra la cura di sé e la campagna, la coltivazione di un’estetica rurale.
Prima di pianificare, mettere sotto regime di controllo il terreno che abitiamo, perché non fare un passo indietro, e guardiamo un po’ più da vicino quello che l’ambiente ci racconta?
Dopo una breve gita a Firenze, al vivaio Belfiore – punto di riferimento, ormai, per scovare varietà rustiche e interessanti – e una visita alla Fierucolina dei semi, siamo tornati a casa con tre piante di Ribes nero (già messe a dimora sotto un Susino: pare che la convivenza giovi a entrambi), un melo Abbondanza rossa, un pero Allora, e una bella varietà di semi, tra cui una bizzarra patata spinosa verde che è in realtà una zucca, la zucca centenaria, o Chayote (Sechium edule).

Febbraio, febbre di riflessioni e passeggiate: in coda ci porta il freddo rigido e la neve, dopo tante tempo una neve che attacca e che disegna echi bianchi di forme vegetali. Abbiamo messo qualche seme, semi sotto la neve, in attesa.

We are just bitten by the self-sufficiency bug. Working on it!

Luca

1 Forest Gardening, Robert A. de J. Hart, Green Earth Books, revised and updated edition Devon 2011